Psicologia — 24 ottobre 2011 12:05

4 MOSSE PER TIRARSI SU

Alzarsi costa uno sforzo sovrumano: niente rappresenta uno stimolo che possa suscitare il desiderio di uscire dal letto. L’indifferenza, o quanto meno il fastidio, per qualunque idea o prospettiva è in agguato, pronta a distruggere qualsiasi ipotesi di azione si presenti alla mente.

Questo è lo stato d’animo che domina in chi è caduto in preda a un umore depressivo: prevale un senso di impotenza che rende impossibile pensare di riuscire a modificare l’ambiente esterno e la rabbia che ne deriva finisce per travolgere, in un unico desiderio di distruzione, anche il proprio mondo interiore, coi desideri e le emozioni che lo costituiscono.

UNO: NON AUTOCOLPEVOLIZZARSI 

Può esser stato preceduto da un evento scatenante, un lutto o l’abbandono da parte di una persona cara o la perdita del lavoro, o può non essere successo niente di tanto doloroso, ma il pensiero resta comunque invischiato in una ripetizione monotona di frasi o idee svalutative di sé o del mondo, senza che da ciò nasca qualcosa di risolutivo o quanto meno confortante. Per riempire il senso di vuoto ci si può aggrappare al ricordo di ciò che è stato, dato che l’illusione è pur sempre meglio di niente, ma questo escamotage finisce per lasciare comunque l’amaro in bocca. Il tempo non scorre più e sembra essersi congelato in un eterno presente: è sparita la possibilità di pensare a un futuro diverso e il passato non riesce più ad andare via. L’evento traumatico con tutto ciò che lo ha preceduto continua a restare centrale nella sua attualità immodificabile.

DUE: NON ISOLARSI E AVERE SPERANZA 

Tristezza, calo di interessi e di energie, autosvalutazione, ma anche difficoltà di concentrarsi, disturbi del sonno e variazioni di peso e di appetito, fino ad arrivare nei casi estremi anche a pensieri di morte: questi sono i sintomi della depressione che spesso si allea all’ansia sociale. Ciò porta a commettere l’errore di isolarsi dal resto del mondo e di richiudersi in un circolo vizioso nel quale la sensazione di non farcela preclude non solo la possibilità di nutrire qualche speranza, ma soprattutto lo stimolo a impegnarsi nel tentare qualche via di uscita, col risultato che niente cambia. Ci si sente soli e inermi di fronte a un mondo crudele e nemico e non si ha neppure la forza di cercare un aiuto da parte di qualcuno.

Ogni volta che ci troviamo ad affrontare con un’ottica depressiva gli eventi della vita, specie se negativi è fondamentale modificare i propri schemi di percezione, è il primo passo per modificare ciò che sta accadendo e aprirsi alla possibilità di vivere meglio. Non è facile farlo, ma se la speranza e l’impegno riescono a prendere il sopravvento può iniziare un’inversione di tendenza che consente di uscire da questa spirale perversa di impotenza e affrontare la situazione pensando di avere le capacità per farcela.

TERZA MOSSA: FARE UN BILANCIO DELLE RISORSE 

La speranza è quindi la chiave che può aprire la porta per uscire dal tunnel: la speranza nasce dal prendere atto che ciò che è stato è stato, dal fare il bilancio delle proprie risorse attuali quali che siano, e dalla consapevolezza che non è utile lasciare che la distruttività domini i propri pensieri e stati d’animo. È invece più produttivo fare posto a qualcosa di diverso: a una valutazione che – partendo dalla constatazione che qualcosa di buono lo si deve pur aver fatto nella vita – metta in evidenza i propri punti di forza e a un progetto che consenta di ritrovare lo stimolo per ricominciare a vivere e impegnarsi a cambiare la realtà che ci circonda.

Nel depresso la mancanza del futuro è la causa del senso di inutilità sia rispetto a ciò che fa (tutto diventa inutile se non c’è la possibilità di prefigurarsi dei risultati) sia rispetto a ciò che è (perché non si sente in grado di cambiare niente). Di qui la non voglia di iniziare o ancor meno di fare una cosa qualunque e la stanchezza che domina perché quando niente è allettante tutto costa fatica e può essere fatto solo con grande sforzo. È il collega pessimista, per il quale niente può riuscire, sempre un po’ imbronciato, che ha il potere di raggelare tutto l’ambiente che lo circonda e di spegnere con la sua sola presenza ogni battuta o risata che può essere scoppiata improvvisamente per allentare una situazione di tensione. È il capo che vede solo gli aspetti critici dei progetti o i limiti dei collaboratori e non è disposto a credere nella possibilità di aperture future.

QUARTA MOSSA: VIVERE IL PRESENTE

Una modalità opposta, ma anch’essa controproducente, è quella di chi invece si proietta vorticosamente nel futuro senza tenere conto della realtà del presente e del condizionamento del passato: la sua affannosa rincorsa di fantasie e sogni è inconcludente e, a ben vedere, nonostante l’apparenza di un movimento effervescente, è altrettanto disperata quanto la cupezza del depresso. È il collega rumoroso e pirotecnico, che non sa stare fermo a riflettere, ed è costantemente preda del bisogno di fare scherzi o battute, talvolta poco spiritose senza avere la sensibilità di capire quando invece è opportuno tacere. È il capo creativo sempre proiettato verso qualcosa di diverso, che non riesce a dare un senso di continuità o di stabilità a niente.

Ricordo, realtà e speranza, cioè passato, presente e futuro: solo se ci si inserisce nello scorrere del tempo senza volerlo privare di una qualsiasi delle sue dimensioni è possibile affrontare le prove che anche un mondo difficile come quello attuale ci propone come sfida quotidiana. Il restare immersi nel rimpianto del passato o il buttarsi acriticamente nel futuro predispongono alla depressione o alla maniacalità, entrambe controproducenti e poco funzionali al benessere di ogni giorno.

Ida Bona

Psicologa del lavoro

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