Essere gentili per vivere meglio

La cortesia è una dimensione del rapporto con gli altri spesso trascurata, specie per la fretta e le costanti prevaricazioni che dominano la vita odierna. Si tratti di una parola sgarbata, di un gesto prepotente, di un tono di voce assordante, tutti questi segni indicano l’assoluta mancanza di attenzione per chi sta intorno, e quindi l’assenza di cortesia. Possono essere indirizzati a una persona sconosciuta o possono invece essere rivolti a un amico o un collaboratore: raramente però toccano un capo, perché il suo status lo protegge e di solito gli garantisce almeno il rispetto formale che è previsto dall’etichetta degli ambienti di lavoro.

Gli “sgarbi” non riguardano solo le persone, in quanto possono anche essere diretti contro il patrimonio di tutti, come ad esempio gli scarabocchi che tanti pseudo artisti fanno sui muri della città sentendosi dei piccoli Raffaelli incompresi. Si tratti di persone o di cose, alla base di questi comportamenti c’è l’eccessiva autostima, il narcisismo imperante che impedisce a queste persone di riconoscere il limite che stabilisce dove termina la propria libertà e dove comincia quella dell’altro che può non apprezzare imbrattature, voci assordanti, gesti violenti.

UN SORRISO ATTENUA L’AGGRESSIVITÀ

Ciò che rende la cortesia un’arma tanto potente è la sua “gratuità”, il fatto che sia qualcosa di opportuno ma non obbligatorio: la persona cortese apparentemente si mette in una posizione “down”, cioè “abbassa” se stesso per favorire l’altro senza aspettarsi niente in cambio, e così facendo dimostra la propria autentica solidità e il proprio valore.

Utilizzare la cortesia vuol dire disporre di una notevole intelligenza sociale, in quanto i manuali di galateo possono indicare quali sono le buone maniere e gli usi in voga in un determinato contesto o nazione, ma non possono insegnare quello che è invece un tratto di personalità, una sensibilità interiore.

LA CORTESIA VERSO I COLLABORATORI

Molto importante è poi la cortesia nei confronti dei propri collaboratori: troppo spesso la prepotenza e la maleducazione vengono contrabbandate per assertività. Il bisogno di affermarsi fa dimenticare che chi si ha di fronte è pur sempre una persona con pari dignità e meritevole di rispetto. Anche negli ambienti di lavoro un sorriso e un “per favore” possono ottenere molto di più di ordini dati in tono altezzoso, o distaccato e freddo, che provocano aggressività in chi si trova a farne le spese. La stessa “trasparenza”, cioè il mito di essere franchi e diretti, può nascondere un autentico desiderio di prevaricazione o quanto meno essere segno di profonda scortesia.

A chi lavora a contatto coi clienti si insegna che un sorriso e un cenno di riconoscimento sono armi importanti per aumentare le probabilità di concludere una vendita, mentre l’ignorare la persona, magari continuando a chiacchierare con la collega anche su argomenti di lavoro, è sicuramente un comportamento che allontana il cliente. Oggi questi temi dovrebbero comunque rappresentare la base della formazione di chiunque lavori nel front office, si tratti di impiegati di uffici pubblici, di banche o di servizi. Ci sono poche cose tanto irritanti quanto l’avere di fronte una receptionist o una persona che continua a parlare al telefono ignorando la presenza di chi sta aspettando almeno un segno che ci si è accorti della sua presenza.

UN “GRAZIE” IN PIÙ NON FA MAI MALE

Un altro “sentimento” spesso dimenticato è quello speculare alla cortesia, e cioè la gratitudine: dire un “grazie” in più non fa mai male, specie se il grazie è sentito davvero. Purtroppo non sempre le persone sono pronte ad accorgersi che la cortesia che stanno ricevendo è proprio una “cortesia”, un gesto non obbligatorio da parte dell’altro, ma fatto in nome del desiderio di fare una cosa gradita, e che è quindi opportuno rispondere con un segno che dimostri che si è percepito quanto è stato fatto e si è riconoscenti.

La possibilità di provare gratitudine è strettamente legata anche alla capacità di provare un sentimento di “amore” per l’altro: è un segno tangibile della capacità di accettare qualcosa non preteso e di superare “l’invidia” e la “rabbia” scatenate dal fatto che l’altra persona – col suo gesto – sembra disporre di talmente tante “ricchezze” da poterne distribuire a tutti, noi compresi, senza essere costretta a farlo. Ed è anche un segno della propria solidità interiore, cioè dell’accettare di aver bisogno di qualcosa e non sentirsi sminuiti dal riceverlo gratuitamente per la sola generosità e benevolenza di chi è disposto a farcene partecipe.

NEI LUOGHI DI LAVORO DEFICIT DI GRATITUDINE

La mancanza di gratitudine è presente anche nei luoghi di lavoro, dove può capitare di trovare dei capi attenti solo al proprio successo e alla propria carriera, e incapaci di considerare quanto fatto dal proprio gruppo come il frutto del contributo di tutti. Alcuni hanno almeno la furbizia di ringraziare solo con le parole e non col cuore: un riconoscimento – anche solo formale – è sempre meglio di niente, ma c’è anche chi se ne appropria e non dà nulla in cambio.

La vera gratitudine però viene sempre dal cuore ed è un’espressione della capacità di apprezzare il valore dell’altro: la mancanza di gratitudine nasce spesso dal bisogno di svalutare non solo il gesto, ma soprattutto l’altro nella sua interezza, non riconoscendone la “generosità” e talvolta neanche l’esistenza. “Ciò che mi hai dato mi spetta per diritto naturale e tu puoi esistere solo in funzione di quello che fai per me” sembrano dire tanti bambini viziati e purtroppo anche tanti adulti che si considerano il centro dell’universo, dimenticando che possono rivendicare il proprio posto nel mondo solo se attribuiscono agli altri il posto che la società assegna loro. Io posso stabilire la mia esistenza, e di conseguenza la mia eventuale superiorità, solo se tu la riconosci, ma – così facendo – finisco per dipendere da te e dalla tua benevolenza.

CORTESIA E GRATITUDINE: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Cortesia e gratitudine, due facce della stessa medaglia che è fondata sul rispetto reciproco: solo ammettendo che anche l’altro ha il diritto di essere una persona portatrice di valori e di obiettivi propri posso rivendicare il mio spazio vitale. Solo se esco dal cerchio del narcisismo e dell’eccessiva considerazione per il mio Io posso riconoscere l’esistenza a pieno titolo di chi mi sta di fronte in un gioco di specchi che fa sì che rinforzando lo status dell’altro posso rinforzare il mio. La cortesia e la gratitudine si prendono cura del desiderio di riconoscimento che alberga in ciascuno di noi, dando vita a una situazione di rispetto reciproco che non può che garantire un’esistenza migliore per tutti.

 

Ida Bona

Psicologa del lavoro

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