La dipendenza dal lavoro

Negli ultimi anni è stata individuata una nuova patologia, la dipendenza dal lavoro o workaholism. Per alcune persone il lavoro può diventare una droga e – come in tutti i casi di droga – anche il “drogato da lavoro” è caratterizzato dal fenomeno della dipendenza, cioè la necessità di aumentare la “dose” e l’impossibilità di farne a meno.

Chi ne soffre ha bisogno delle scariche di adrenalina che gli vengono dall’essere costantemente impegnato: il lavoro gli consente di sentirsi qualcuno e di colmare il senso di vuoto che altrimenti si impadronirebbe di lui. Anche se proclama di essere “costretto” a farlo per consentire alla famiglia una vita senza problemi economici, in realtà il lavorare ininterrottamente, 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, permette di evitare la depressione che nasce dal sentirsi altrimenti privo di identità e di senso.

Ciò che distingue il drogato da lavoro da chi esercita con passione la propria attività senza esserne schiavo è l’incapacità di farne a meno, di rilassarsi magari per una breve vacanza. La scusa che viene adottata è che questa situazione è transitoria, che dipende dall’incarico attuale, che finito questo progetto sarà possibile concedersi una pausa, ma ciò non accadrà mai perché l’origine del bisogno non è nel lavoro ma nella persona stessa: senza il “fare” costante riemergono i vissuti di bassa autostima e il senso di inadeguatezza che possono essere colmati solo rituffandosi in un altro incarico.

Nonostante l’apparente euforia che nasce dal ritmo con cui affronta le giornate e dall’importanza di ciò che fa, il “lavoro-dipendente” soffre di profondi sensi di inferiorità, quasi si dicesse in continuazione di dover fare di più e meglio perché niente è sufficiente o ben fatto: vorrebbe accontentare tutti, così come probabilmente da bambino si sentiva in dovere di accontentare genitori esigenti, il cui amore era condizionato da quanto faceva. Il non riuscirci mai ha dato origine a un profondo pessimismo, a un senso di impotenza e al pensiero illusorio che solo impegnandosi di più si possa essere accettati. In questo modo il metro di valutazione del proprio operato e del proprio valore è demandato agli altri in quanto sono gli unici in grado di approvare quanto si è fatto : la mancanza di capacità di autovalutazione porta a non potersi mai dare pace ed essere soddisfatti di sé. La quantità di lavoro è la base rispetto alla quale queste persone si definiscono: quanto più si impegnano, tanto più numerosi sono i risultati conseguibili e di conseguenza tanto maggiore è la stima di sé.

LE ORIGINI DEL PROBLEMA

È il rischio che corrono quei bambini che vengono sovraccaricati di impegni extrascolastici e vengono lodati solo in base alle cose fatte: la loro autostima dipende dall’approvazione altrui, e nasce in loro l’idea che l’amore sia condizionato dal “fare” e non dall’“essere”. Per evitare il narcisismo che deriva dal credere che il semplice fatto del proprio esistere è qualcosa di prezioso, si sollecita il delegare agli altri la valutazione di sé attraverso le proprie azioni. La conseguenza di ciò è la perdita della capacità di sentirsi sicuro di sé e di valutare con obiettività i propri meriti o demeriti. Si impara a piacere agli altri e non si impara a convivere con se stessi e a conoscersi con lealtà e onestà senza sentire il bisogno di raccontarsi storie su di sé. Per compensare il profondo senso di insicurezza e di vuoto, il lavoro-dipendente spesso è mosso anche da un’insaziabile brama di potere, che esprime, più o meno apertamente, sia sul lavoro che in casa. Il suo lavorare in modo indefesso gli consente di mettersi in buona luce agli occhi dei capi e gli facilita il percorso di carriera, spesso a buon diritto, data l’alta produttività che riesce a realizzare. Una volta arrivato in una posizione di comando – o quanto meno di una certa responsabilità – emergono però le difficoltà relazionali che lo caratterizzano: verso l’alto è accondiscendente più che autenticamente collaborativo, verso il basso è un piccolo tiranno che controlla tutto e tutti. In casa – coi familiari – la scusante di sacrificarsi per loro gli consente di far girare tutto intorno ai suoi orari e impegni; sul lavoro ignora i bisogni e le esigenze dei collaboratori in nome del “benessere dell’azienda”.

Tutto è ammantato dall’approvazione sociale: se nel caso degli alcolisti o dei drogati si può prendersela con la bottiglia o con la droga, nel caso del lavoro non è possibile fare altrettanto. Ma talvolta le conseguenze di questa dipendenza non sono meno nocive per l’interessato e per chi gli sta vicino, sia a casa che sul lavoro.

Il mondo si restringe: il lavoro-dipendente non vede altro che gli incarichi che di volta in volta si prende o gli vengono affidati. A lungo andare anche i risultati si deteriorano perché quello che diventa impellente non è tanto il conseguirli quanto il processo stesso attraverso il quale si raggiunge. Non è il prodotto che conta, ma la possibilità di produrre in continuazione, indipendentemente dall’esito di quanto si va facendo. Anche per questo il risultato non è mai appagante, perché ciò che conta è la tensione che precede il suo realizzarsi: è una sorta di ingordigia globale per la quale non si gusta ciò che si mangia, ma solo il piacere e la sicurezza che vengono dall’ingozzarsi quanto più possibile.

NON PIÙ “FARE” MA “ESSERE”

Una situazione analoga è quella della “perfetta casalinga”, per la quale la casa non è mai abbastanza pulita e che – talvolta in nome dell’igiene – passa la sua giornata a lustrare i pavimenti senza raggiungere mai un livello soddisfacente di splendore. Tutti sono costretti a muoversi con cautela e la casa più che un luogo di ristoro diventa una prigione.

Quando si instaura questo meccanismo perverso, tutto ruota intorno al “produrre”, tanto che queste persone, a chi chieda loro come stiano, tendono a rispondere con l’elenco delle cose che stanno facendo: il ritmo forsennato con cui affrontano ogni giornata e gli impegni che si accollano generano tensione in chi sta intorno. Se poi il lavoro-dipendente ha anche un ruolo di potere gerarchico, spesso l’intransigenza con cui controlla i sottoposti produce nel gruppo ansia diffusa, o quanto meno insicurezza, e ostilità sia verso l’alto, sia verso chi sta intorno. Il clima che si diffonde impedisce agli altri di trovare piacere nella propria attività professionale.

Ansia diffusa, dipendenza da lavoro e clima deteriorato sono tre conseguenze della precarietà e dell’instabilità del mondo attuale: l’unico punto di riferimento che ognuno ha a disposizione e su cui può fare conto è se stesso. Quanto maggiore è l’onestà nel guardarsi e nel considerare le proprie caratteristiche, tanto più è possibile affrontare il vivere quotidiano con equilibrio. La cosa più difficile è il non raccontarsi storie su di sé: solo guardandosi con obiettività si può avere un rapporto onesto con se stessi, sul costruire una propria direttiva di vita. Non più “fare, apparire, ostentare”, ma “essere”.

Ida Bona

Psicologa del lavoro

 

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