Rabbia femminile: una lettura psicanalitica

Al di là delle rabbie patologiche, presenti in alcuni soggetti con una franca patologia narcisistica che necessitano di necessari trattamenti farmacologici e psicoterapici, vorrei affrontare il disagio femminile incentrato sulle rabbie sotterranee, mai espresse, e rivelazione di un malessere profondo che, a volte, si tramuta in malattia psicosomatica. La psicoanalisi, all’inizio con Freud, tendeva a motivare che la donna aveva una indole più remissiva del maschi, causata da specificità ormonali e organiche e di conseguenza… si arrabbiava di meno. In realtà dagli “addetti ai lavori” emerge che negli studi degli psicoanalisti le storie raccontate dalle pazienti rivelano che bisogna andare al di là dei cromosomi.

MODELLI E LUOGHI COMUNI

Molti luoghi comuni attribuiscono alle donne un’ indole più remissiva. Questo impedisce loro di riconoscere  e di manifestare liberamente tale emozione. È necessario occuparsi delle fantasie, delle relazioni precoci con le figure genitoriali, dei messaggi culturali subliminali che le bambine hanno ricevuto e che le donne incontrano nei modelli che vengono proposti. Modelli o ideali proposti a volte come “abbellire, dare piacere, contenere, aiutare o salvare”. Il tacito o a volte esplicito messaggio è quello di ” non alzare la voce per proporre i propri desideri, i propri diritti”….altrimenti si viene etichettate come “ galline starnazzanti”, umorali, egoiste o antiestetiche.” Una paziente riferiva tra le lacrime: “dicevano che se urlavo ero brutta e cattiva”. La rabbia, che è energia psichica, implode silenziosamente dentro la donna che impara a mascherare e che si lega, a volte, a partner violenti.E proprio in questo modo si instaurano relazione patologiche basate sul potere di“ chi vince” a costo di tutto, anche di massacrare la propria identità, il proprio vero modo di essere. Non c’è mai la libertà di esprimere i propri sentimenti , espressione della propria identità, senza che questi vengano a minare il rapporto.È un’ abitudine antica quella che viene assorbita nel tempo. Le figure genitoriali, molto spesso, non sono in grado di contenere le rabbie dei bambini. Preferiscono assecondare o negare l’espressione aggressiva, sono incapaci di mantenersi saldi e non colpevolizzanti nei confronti dell’ aggressività manifestata dai figli. Da qui i piccoli o maggiormente le piccole bimbe adottano meccanismi trasformativi delle loro rabbie.

IL MITO DI MEDUSA E LE STREGHE

La mitologia, la letteratura e la cultura popolare presentano talvolta donne arrabbiate, scontrose e insoddisfatte. Un altro “passo” nell’era della mitologia: “Medusa la donna più orrenda e più arrabbiata del mondo”. Quelli che nello sguardo di Medusa vedono solamente l’orrore hanno dimenticato che fu un tempo una donna bellissima e che il suo volto ispirò poeti, artisti e scrittori. Nella grande statua di Perseo e Medusa, Benvenuto Cellini la scolpisce con fattezze magnifiche: la testa recisa ha il naso classico, labbra piene, un bel taglio d’occhi, pelle liscia e levigata. Le donne non conoscono molto la storia di Medusa. Medusa rappresenta nel suo sguardo, lo specchio della sofferenza per un tradimento e per la violenza subita. Poseidone, il potente re del mare, sotto mentite spoglie, seduce la giovane Medusa. All’apparenza è un principe caldo e seduttivo ma “il suo dentro” è quello di un impostore. Nel loro aspetto fantasmatico le pazienti sognano spesso figure arcaiche, magiche. C’è la fascinazione nei confronti delle streghe. Le “ streghe” non manipolano, non seducono, non ricattano. Sono libere nell’ esprimere il loro pensiero, anche, purtroppo, a costo della morte. Questa “perfida figura femminile” è il simbolo della rabbia femminile. È una figura di potere ma non di relazione paritaria con il partner. Al di là del noto e “ comune” criterio sociale, dobbiamo quindi valutare  quanto questo sia, molto spesso, una “forte reazione psicologica” a fortissimi divieti, interni ed esterni all’espressione di qualsiasi sentimento, emozione ed affetti e molto spesso ad un vissuto di estrema solitudine.

E così l’ insoddisfazione, l’ impossibilità di esprimere quello che si pensa, fa sì che la rabbia c’è ma deve essere nascosta. Viene trasformata in depressione, anoressia, ansia e distimia, attacchi di panico, atteggiamenti sleali e manipolatori. Abituate sin da bimbe a stare “tranquille”, le donne sono diventate abilissime nel mascherare la rabbia e i loro disappunti. Compaiono fobie, attacchi di panico, comportamento passivo-aggressivo, stanchezza cronica, minacce di suicidio e manifestazioni di forte stress. A livello comportamentale ed emozionale le conseguenze di tali stati d’ animo possono essere: irritabilità costante; scarsa attenzione e/o concentrazione:(lo stress ha a che fare con gli infortuni); diminuzione del rendimento; facilità al pianto; eccessi o carenze di alimentazione; calo della memoria; calo dell’autostima; disturbi del sonno: difficoltà ad addormentarsi o frequenti risvegli; disturbi cardiovascolari: tachicardia, extrasistole, ipertensione arteriosa; cefalea; aumento della sudorazione tensione muscolare, tremori. In una parola “ sono depresse”.

ESSERE SE STESSE PER NON SOFFOCARE

Paradossalmente quindi una donna arrabbiata può arrivare a mostrarsi sempre sorridente e compiacere tutti quelli che la circondano, salvo che essere serena e soddisfatta..  La scrittrice Clarissa Pinkola Estes giustamente afferma: “essere se stesse significa essere esiliate da molti… ma compiacere le richieste altrui fa sì che ci si senta esiliate da se stesse”. Il non essere in grado di basarsi sulla propria identità, le donne si “ aggrappano” ai partner, si appoggiano, incapaci di esistere per se stesse, affrontando la tematica della propria solitudine. È proprio la difficoltà di capire, accettare e contenere dentro di sé il sentimento della propria solitudine che porta ad investire su partner, incapaci di essere attenti alla propria compagna. Il “buttarsi” nelle braccia di un altro per non reggere la propria solitudine, non avendo chiaro cosa e chi possono davvero essere i veri compagni con cui condividere la propria vita, portano ad un aumento dell’ uso di tranquillanti e di antidepressivi. Comoda e superficiale soluzione per non affrontare i propri problemi, le proprie difficoltà, la propria identità di persone che possono anche essere sole ma in sintonia con se stesse.

 

Leopolda Pelizzaro Frisia

Psicoanalista S.P.II.P.A.

leopoldapf@tiscali.it

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