Psicologia — 3 dicembre 2011 10:00

Un rapporto più umano tra medico e paziente

Si chiamano medical humanities quelle discipline e scienze umanistiche che dovrebbero essere prese in considerazione per un ampliamento della cultura e pratica medica. Il motivo? Permettono di avere una visione globale del paziente che è in cura. Da molto tempo infatti si parla di “umanizzazione” della struttura sanitaria (medici e staff ospedaliero), ma molto spesso questa parola è abusata e senza un contenuto reale.

Farsi carico di una persona non significa solo occuparsi del suo corpo, ma soprattutto occuparsi “a tutto tondo” di lei, delle sue emozioni, della sua storia personale, delle sue esperienze di vita. È fondamentale ascoltare, oltre ai sintomi, il vissuto del paziente, mettersi in “relazione” con lui. La psicologia, e in particolare la psicoanalisi con le teorie sullo sviluppo del mondo interno dell’uomo (le specifiche metodologie di approccio alle tematiche relative alla sofferenza psichica), permettono di dare un aiuto concreto ai medici e agli infermieri, che di solito privilegiano l’aspetto organico della malattia.

CAMBIARE LA MENTE DI CHI CURA

Dovrebbe nascere un approccio diverso del prendersi cura: mettere insieme due menti che sono in relazione tra loro, il medico o il personale sanitario, di fronte al paziente, entrambi con le loro idee, aspettative e desideri.

Come sottolinea l’Organizzazione mondiale della sanità, sappiamo che la salute non è solo l’assenza di malattia, ma è lo stato di benessere fisico, psichico, sociale e spirituale. In fondo la parola “terapia” significa “prendersi cura di…”, “prendersi cura attraverso”: il suffisso o la desinenza apposte sono dunque sempre una spiegazione circa la parte dell’interezza dell’uomo di cui ci si prende cura (psico-terapia, fisio-terapia).

Lo scopo del curare dovrebbe essere quello di aiutare il paziente a mantenere il contatto con se stesso, con la sua unità somato-psichica. Potrebbe essere questo il pieno e vero concetto di “umanizzazione” nella sanità: non solo l’essere più umani, bensì mettere in atto un intervento che consideri l’interezza della persona umana. È importante avere sempre “nella mente” che una persona malata nel corpo ha anche un cuore che soffre e un’anima che ha paura. Diventa dunque essenziale guardare e trattare il soggetto che soffre nella sua interezza.

UN DIFFICILE ADATTAMENTO

Tutte le malattie rappresentano un forte stress che sollecita un processo di adattamento, un meccanismo non così immediato come si potrebbe pensare. L’adattamento è infatti sempre il risultato di elaborazioni non solo razionali ma emotive. Nella malattia, soprattutto in quella grave, all’inizio c’è un momento di shock e un disorientamento. La malattia in generale porta dolore, sofferenza, angoscia e il dolore assomiglia tanto alla paura. Soprattutto il momento più difficile è quello della comunicazione della diagnosi, di qualsiasi tipo. Qui si attivano una grande varietà di sentimenti ed emozioni: crisi d’ansia, panico, pianto, forte angoscia. Anche se con tratti di personalità differenti, in tutti i pazienti c’è la paura della perdita dell’integrità corporea, ogni intervento ospedaliero pone il paziente in uno stato di passività e di dipendenza nei confronti del medico e dei sanitari. Dobbiamo tenere presente che ciò di cui il malato ha bisogno è un rapporto personalizzato, qualcuno che non ti faccia sentire un numero, uno dei tanti, e che tenga presente alcune caratteristiche come le sue capacità cognitive, la cultura, i tratti di personalità. Da non sottovalutare il particolare regime terapeutico, la durata dell’intervento, la complessità, l’interferenza con lo stile di vita, i tempi di attesa o la continuità delle cure. Infine, le peculiarità della relazione medico-paziente: la funzione pedagogica e il calore interpersonale.

Il segreto per un rapporto più umano tra medico e paziente è tanto semplice quanto difficile da realizzare (del resto è una delle richieste più comuni): capire chi si ha di fronte. La soddisfazione del paziente aumenterà tanto più si cercherà di capire e conoscere le sue aspettative e i suoi desideri, i suoi bisogni e la sua storia. Dobbiamo riconoscere una netta differenza delle modalità con cui un tempo i pazienti si relazionavano col medico e quanto avviene oggi. Una volta il malato si consegnava con un atteggiamento di cieca fiducia; ora desidera che lo staff sanitario colga il suo vissuto personale e soggettivo, l’ansia e la paura che prova oltre alla sua sofferenza fisica.

È fondamentale allora spostare l’attenzione sul piano emotivo, saper ascoltare, ovvero dare spazio mentale all’altro. Se cominceremo a lavorare in questo modo vedremo che più alta sarà la qualità della relazione con il paziente, più alta sarà la capacità del paziente a collaborare: non si sentirà in balia di eventi rigorosamente tecnici decisi al di sopra di lui e capirà che le prestazioni proposte non sono esclusivamente strumentali ma solo per il suo bene.

Leopolda Pelizzaro Frisia

Psicoanalista S.P.II.P.A.

leopoldapf@tiscali.it

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