Psicologia — 8 gennaio 2012 10:00

L’invidia sul lavoro

Agli occhi di molti il potere, così come il suo equivalente, il denaro, assomiglia alla bacchetta magica delle favole infantili: è lo strumento che consente di superare tutte le difficoltà, di aprire tutte le porte, di mettersi al riparo da qualsiasi male. Chi ha potere ha tutto: può avere ciò che vuole con un semplice cenno della mano o una minima allusione all’oggetto del desiderio e ottenere che tutti si prodighino per realizzare i desideri del signore e padrone. Non ci si chiede quali fatiche abbia dovuto sopportare per conquistarlo o anche solo per mantenerlo: oggi ce l’ha e questo basta. Questo modo di immaginare i vantaggi del potere deriva da vissuti che risalgono alla prima infanzia, epoca nella quale l’attenzione di tutti è concentrata sul nuovo nato, specie nella società odierna che considera il bambino un piccolo principe al quale tutto sembra essere dovuto. Il vago ricordo dei propri vissuti di onnipotenza e soprattutto il constatare l’onnipotenza delle nuove generazioni si proietta su chi detiene il potere, grande o piccolo che sia, e lo rende oggetto di invidia. Il rodere insistente dell’invidia non lascia spazio a momenti di sollievo: non c’è scampo, non ci si può fidare di nessuno, occorre stare sempre in guardia perché il profittatore è sempre in agguato.

IL RISENTIMENTO VERSO CHI FA CARRIERA

Anche nei luoghi di lavoro serpeggia l’invidia: il collega non è mai una persona meritevole che ottiene una promozione o un aumento per i risultati che ha prodotto, ma è sempre un abile intrallazzatore che, con manovre più o meno lecite, si è conquistato la benevolenza del capo, ha sfruttato una cordata o si è appropriato di meriti altrui. Chi è riuscito a salire la scala gerarchica è sempre e comunque una persona con i contatti giusti, con i “santi in paradiso” che lo hanno protetto e accompagnato nell’ascesa ai vertici del potere.

L’invidioso si logora e si rode dentro perché si sente privato di lucenti privilegi che gli altri hanno: ciò che determina l’invidia è il sentirsi privo di vantaggi accordati ad altri. L’invidioso non riesce a vedere ciò che ha avuto, vede solo ciò che non ha e che pensa gli sia stato negato o tolto in favore di qualcuno che magari era meno meritevole. Si sente in una posizione svantaggiata mentre tutti gli altri gli appaiono come, ma non può ammettere apertamente la propria sensazione di inadeguatezza: constata la propria impotenza, la confronta con gli orpelli dell’altro e non può che logorarsi sentendosi vittima di una sorte malefica. Non si pone la domanda corretta, e cioè cosa fare per uscire da questa situazione di svantaggio, ma si limita a crogiolarsi nel suo vittimismo, appagato dal lamentarsi o dal recriminare.

Spesso, anzi, si indigna e inveisce contro il mondo: l’indignazione e il moralismo che si associano a ogni presa di posizione sono spesso frutto dell’invidia. Quanto più io mi indigno, tanto più in realtà io ti invidio e ti auguro sciagure, e viceversa: la radice latina di questo vocabolo mostra la connessione tra il non sentirsi all’altezza (in-dignus) e il cercare di valorizzarsi attaccando l’altro e esprimendo con veemenza la rabbia per la propria inadeguatezza. Chi si sente sicuro di sé può manifestare il proprio dissenso e la disapprovazione per ciò che vede usando la ragione e senza bisogno di ricorrere a manifestazioni plateali di indignazione.

UNA SPIEGAZIONE PRIMA DI CONDANNARE

L’invidioso, essendo focalizzato su ciò che l’altro ha e lui non ha, cioè sui propri limiti, non solo non cerca alternative e si limita a piangersi addosso, ma dimentica anche che un approccio basato sul pensare “se l’ha fatto avrà le sue buone ragioni”  potrebbe innescare una spirale di fiducia. La ricerca di una spiegazione prima di tranciare una condanna facilita i rapporti con gli altri, spesso inducendoli a ricambiare un sentimento positivo invece che una corrente di ostilità. Nutrire fiducia è l’altra faccia dell’ispirare fiducia: solo se si concede fiducia alle persone la si può ottenere. Il leader che utilizza questo strumento crea all’interno del proprio ambiente di lavoro un clima positivo, nel quale le persone collaborano e si sentono valorizzate e non oggetto di attacchi distruttivi da parte degli altri. Tutto ciò è oggi ancora più importante in quanto le imprese devono affrontare una competizione esasperata con la concorrenza per la conquista del cliente.

L’atteggiamento di fiducia valorizza chi lo nutre e chi ne è oggetto: io posso permettermi di avere fiducia perché sono sicuro di avere correttamente valutato la persona alla quale mi rivolgo che a sua volta è valorizzata dalla fiducia che io dimostro nei suoi confronti. La fiducia non è il credere a tutto dello sprovveduto: è il nutrire un sentimento positivo perché riconosco nell’altro una persona dotata di capacità, competenze, valori, in grado di realizzare gli obiettivi che le vengono affidati. Non c’è solo la fiducia del capo nei confronti del collaboratore: anche chi ha un ruolo di comando deve a sua volta godere della fiducia delle persone che coordina, le quali devono sentirsi sicure di lui. La fiducia si conquista col tempo e col proprio comportamento: solo un capo che dimostri di avere delle qualità sul piano personale (etico) e sul piano professionale, che sia coerente nell’utilizzo della delega, che si batta con coraggio per difendere i propri uomini e si comporti in modo equo con tutti può chiedere a chi lavora con lui di credere nelle sue idee e di seguirlo se non in capo al mondo per lo meno fino al traguardo più vicino.

 PIÙ FIDUCIA IN SE STESSI

La fiducia dell’altro nei miei confronti riconferma la fiducia che per primo io devo avere verso di me: è la base di un corretto senso di autostima, che nasca da una considerazione non partigiana delle proprie risorse e dei propri limiti, accettati in nome della coerenza con se stesso e dell’armonia fra vita interiore e comportamento esterno. Conoscere le caratteristiche che mi contraddistinguono, saperle utilizzare a tempo debito e nella misura opportuna, sapersi proporre obiettivi realistici e valutare i propri risultati rispetto alle aspettative, sentirsi adeguato in ciò che si fa e non presumere di essere quello che non si è, riuscire ad ammettere difficoltà ed errori senza per questo sentirsi troppo sminuito, sono tutti aspetti di una corretta autostima che può garantire una vera sicurezza interiore tale da consentire di affrontare tutti gli “squali” che possono infestare il mare dell’esistenza.

Ida Bona

Psicologa del lavoro

Lascia un commento

— required *

— required *