Psicologia — 15 gennaio 2012 10:00

Come elaborare un lutto

Il mio lavoro in collaborazione con il dipartimento di Oncologia dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano è iniziato nel 2000 seguendo in psicoterapia i pazienti affetti da malattia tumorale. In 3 anni ho seguito 95 pazienti, per un totale di 590 colloqui psicologici, cercando di aiutarli ad affrontare una progettualità di vita limitata, ma presente e possibile. L’ intervento psicologico ha permesso di aiutare il paziente ad assumere il senso della propria vita gestendola nel migliore dei modi.

È stato proprio in quel periodo che mi sono resa conto che, oltre al paziente, la famiglia viene investita in maniera massiccia di vissuti con ripercussioni pesanti. Molto spesso gli stessi parenti chiedevano di essere aiutati a condividere le angosce, le paure che dovevano, a volte, nascondere per dare al loro parente un’atmosfera serena in famiglia. Con l’inserimento in hospice, l’intera struttura parentale è messa alla prova e le dinamiche instaurate nel passato tra i membri condizionano il modo di affrontare la malattia, il prossimo lutto, il rapporto con il malato. Se la qualità dei rapporti tra il malato e i familiari è buona, sarà più facile elaborare il lutto e sarà possibile – attraverso gli scambi relazioni finali, solitamente piu’ sinceri -fare tesoro di questa ultima esperienza, ricordare e rivalutare il cosiddetto “investimento per la vita”. In molti di questi casi la morte viene vissuta come una liberazione dalla sofferenza, senza sensi di colpa.

Capita però che i familiari non riescano a risolvere alcune questioni complesse o latenti come ad esempio, l’eventuale aggressività nei confronti del loro parente: una mancata risoluzione di questi aspetti può impedire l’elaborazione del lutto. A volte di fronte al malato terminale si può generare una paralisi affettiva e comunicativa che impedisce alle persone di realizzare quella comunanza intima che i malati desidererebbero. Prevale un mutismo di affetti e anche la vicinanza fisica sembra difficile: alcuni parenti fanno fatica a rimanere nella stanza, restano ai margini, lontani dal letto del congiunto, incapaci anche dei gesti più semplici e che dovrebbero risultare spontanei, come ad esempio tenere la mano, accarezzare la testa, massaggiare i piedi. La relazione tra il malato e i familiari dovrebbe essere autentica: in realtà spesso entrambi sostengono il copione dell’ambiguità, per non far soffrire l’altro, negando così la possibilità di comunicare nel difficilissimo momento del passaggio.

È importante invece far sentire al paziente che è vivo, che si è con lui, che non è solo nel momento più difficile della sua vita. In altri casi c’è un ipercoinvolgimento: il malato viene soffocato di attenzione dai congiunti che in realtà proiettano su di lui le angosce e che possono alternare aspettative magiche di risoluzione della malattia ad esplosione di rabbia. Può anche emergere l’aggressività contro la struttura sanitaria, frutto dei conflitti fra illusione di immortalità, percezione della condizione caducità del nostro essere ed incapacità psichica di tollerare il distacco e la perdita.

IL RUOLO DELLO PSICOTERAPEUTA

Lo specialista ha il compito di aiutare la persona in lutto a creare uno spazio mentale adeguato a contenere il dolore, instaurando una relazione che le permette di affrontare ed elaborare i propri vissuti, i conflitti, gli investimenti effettivi che emergono al momento della perdita, dando loro legittimità.

Lo psicoterapeuta svolge un lavoro complesso che consiste nell’aiutare, chi vive un lutto a dare un nome e un significato alle emozioni, al complesso di aspetti cognitivi, motivazionali ed espressivi che animano i familiari: invidia, rabbia, odio, amore, solitudine, annientamento, paura, ambivalenza sono tra i più noti. L’obiettivo è affrontare questo magma di emozioni per evitare di esserne annientati, riducendosi in uno stato di “analfabetismo emozionale”.

Vari studi hanno dimostrato che coloro che tengono sotto controllo le emozioni e che reprimono il dolore sono a maggiore rischio psichico. Proprio per questo, è fondamentale dare ai parenti un sostegno e una possibilità di essere “presi” in carico anche prima del decesso del loro parente. Lo psicoterapeuta può fare molto in tal senso, aiutando a simbotizzare la perdita, pensarla, tenerla nella mente, rendendola così meno traumatica. Il trattamento psicologico permette di uscire dal mutismo degli affetti e dalla solitudine emotiva. “Educare” alla perdita, permette alle persone di non negare la morte e i sentimenti connessi, di uscire dalla cortina di silenzio e dare valore e importanza ai diversi, personali modi di vivere lo stacco.

In questo modo il familiare può fare i conti con le proprie risorse e capacità, in un processo durante il quale l’intervento psicologico riesce a evitare la ghettizzazione e l’isolamento in cui rischia di cadere chi sta affrontando il dolore e le eventuali somatizzazioni della sofferenza psichica. È necessario dare alla famiglia una base sicura, facilitando l’elaborazione della perdita. Per farlo è opportuno che la persona capisca cosa succede dentro di sé e accetti l’ assenza e il senso del limite. Se non si pensa, non si riflette su quello che proviamo, se non si interiorizza il significato di quello che è successo e non capiamo cosa rappresenta per noi, il lutto non viene elaborato. Accompagnare le persone ad elaborare tutto questo, significa dare loro la possibilità di continuare a dare un senso alla loro sofferenza e alla loro vita e ritrovare la serenità.

Una figlia di una paziente morta di tumore un giorno mi ha detto: “Quando la vivi, la morte, ti sembra di morirema poi respiri  e ti rendi conto che TU sei vivo”.

 

Leopolda Pelizzaro Frisia

Psicoanalista S.P.II.P.A.

leopoldapf@tiscali.it

 

1 Commento

  • Quando rivivi la morte pensi di essere già temprato, forte dell’esperienza già vissuta… niente di più falso, è la MORTE… sempre nuova diversa, subdola quanto tangibile…Ti attraversa le visceri,ti stringe il cuore, ti pesta il corpo… Come la prima volta… Ed allora che ti assale la consapevolezza che niente e nessuno ti può aiutare a dimenticare il dolore… Si dimenticare non accettare… Lasciarlo gridare nel silenzio interiore… E’ questa a mio avviso la fase più dura d’accettare… Urlare senza voce perchè tanto non tutti sentono… pochi ascoltano…

Lascia un commento

— required *

— required *

Current day month ye@r *