Amare troppo: la dipendenza affettiva

“D’amore non si muore… ma si può morire dentro…”. L’amore dovrebbe includere protezione e preoccupazione per l’altro, sollecitare comprensione e tenerezza, essere spinta sessuale reciproca, essere cura, cura della propria persona e della persona amata. Essere un noi che va al di là dell’individualità. Essere un insieme di affinità profonde, essere il luogo del dialogo, dello scambio. Ma molte, troppe volte, non è così. Si sta male per amore o meglio per amare troppo e non amarsi. Si vive l’angoscia che si sente dentro, come “un topo che rode e che non se ne va mai via”, con la continua, ossessiva rivendicazione di chi non accetta che la scelta amorosa non sia corrispondente a quello di cui si ha bisogno. Frasi tipo “non è possibile, non capisco perché lui/ lei si comporta così, con tutto quello che ho fatto!”. Sì, si fa troppo per l’altro e troppo poco per sé. Troppo bene, troppo cose date, troppo di tutto. Perché una persona si avvilisce così? Perché si fa da tappettino a un’altra persona? Perché si distrugge nell’illusoria fantasia di un possibile cambiamento dell’altro non volendo accettare la sconfitta della propria idealizzazione?

L’ORIGINE DELLA DIPENDENZA 

Il tutto nasce dall’incapacità di viversi amati ma separati dalle primarie figure d’amore. Le radici nella relazione primitiva con la madre, a volte deprivata e deprivante, che non ha permesso l’affermazione della propria differenza senza la sensazione di aver perso l’amore di lei. Questo il profondo, incontrovertibile motivo del perché non ci si ama abbastanza e ci si mette, come una volta, in relazioni di dipendenza e sottomissione pur di essere amati. La vita adulta privilegia ancora quello stato d’animo che da bambini si è vissuto. Amare troppo significa quindi sacrificare la propria personalità, eliminare se stessi per la pia e mera illusione di far cambiare l’altro come una volta è stato fatto con noi. Freud diceva: “è meglio un padre che picchia piuttosto di un padre che non c’è”. E questo riporta al problema dell’assenza dell’altro, della delusione di tutte le aspettative riposte, del continuo e pervicace attaccamento masochistico ad una persona che non corrisponde alle aspettative ma che esiste. Non si affronta  mai il problema dello stare da soli, della capacità di fondare la nostra personalità su noi stessi.

LA PAURA DI UNA PERDITA

Ci si sottomette per non perdere la relazione, per non perdersi. Si crea così la personalità dipendente, con bassa autostima nella capacità di stimarsi anche se non ottiene quello che desidera; che si assume la responsabilità di andare sempre incontro ai bisogni degli altri fino ad escludere i propri; che non tollera il dolore dovuto alla separazione e si oppone così, inconsapevolmente, alla propria individuazione. Guarire e riportare  la capacità di fondare su di sé la propria vita, è possibile ma il prezzo da pagare è la capacità di tollerare il dolore psichico che inevitabilmente si prova nel accettare la fine delle illusioni.

Amarsi, rispettare se stessi e i propri bisogni,  affrontare la capacità di essere soli e non accontentarsi sono il primo passo per trovare davvero un amore.

Leopolda Pelizzaro Frisia

Psicoanalista S.P.I – I.P.A.

leopoldapf@tiscali.it


3 Commenti

  1. Buongiorno Dottoressa, ho letto con interesse il suo articolo e nonostante sia un uomo mi ci riconosco moltissimo. Io sono totalmente dipendente dal mio compagno, che per altro è molto piu’ giovane di me e l’attitudine a voler assomigliare a lui e quindi al rimorso di aver perso tempo per non aver accettato la mia sessualità molti anni fa, mi sta tormentando da morire. Provo tutte le mattine appena sveglio, un senso d’angoscia e di ansia profonda. Nonostante so che la sera o al massimo qualche giorno dopo lo rivedo, io sono totalmente svuotato e privo di interesse per il resto della mia vita. Respiro a fatica, fino a quando mi calmo e riesco a riprendere in mano la situazione. Ho la piena consapevolezza che questo rapporto non puo’ chiamarsi amore, perchè lo vivo in modo sbagliato e ansioso, non so come prendere cura di me stesso.
    All’età di sei mesi sono stato ricoverato in un ospedale lontano dai miei genitori per un problema di bronchite. Puo’ essere la causa della mia dipendenza? Il fatto di aver per tantissimi anni nascosto la mia omosessualità e il conseguente crearmi una diversa identità puo’ aver influito? la ringrazio per il suo prezioso aiuto.

  2. Buongiorno Dottoressa,
    Io mi trovo in una situazione alla quale non so dare una logica. Ho conosciuto un uomo col quale all’inizio sentivamo solo via chat e telefono, fin dall’inizio ci fu un grande feeling mentale, molto empirico e con di base gli stessi interessi, tanto che lui si sentì libero di scrivermi ti amo nonostante ancora non ci si fosse incontrati di persona. Io gli dissi che mi sembrava prematuro prima di incontrarci, perché la “chimica” non l’avevamo ancora provata reciprocamente. Lui mi disse che era certo io fossi l’uomo della sua vita, colui che aveva sempre sognato e continuò a corteggiarmi e riempirmi di attenzioni. Io ne fui felice perché anche a me emotivamente stava entrando dentro. Gli proposi di vedersi a breve e così fu: un incontro che confermò tutto quello di cui lui era sicuro! Da lì cominciarono due mesi di straordinaria bellezza, un amore reciproco, intenso, libero, trasparente e cristallino. Totalmente senza angosce e con tanta chiarezza e consapevolezza che quasi non potevo crederci ( le mie passate esperienze avevano sempre avuto delle angosce, paure o da una parte o dall’altra. Facemmo progetti di viaggi ed altro da fare insieme finché non ci fu bisogno che lui rientrasse a casa per sistemare alcune questioni fra cui il problema del padre ammalato. Da quel momento io cominciai a sentire un distacco, un raffreddarsi nei miei confronti, purtroppo il padre morì e, nonostante lui si dichiarasse sereno, continuò a staccarsi sempre più da me, fagocitato dalla sorella madre single che viveva col padre, e dalla ex moglie piagnucolante per non essere convinta di firmare il divorzio. Io , probabilmente sbagliai , ma gli chiesi cosa stesse succedendo e perché non volesse il mio aiuto, il mio sostegno ( nessuna è a conoscenza della sua omosessualità). Mi rispose che voleva stare da solo, che non provava più ne attrazione ne amore per me, che non se lo sapeva spiegare ma che non saremmo potuti errore “noi” ma due identità diverse. Che stava bene da solo e non aveva assolutamente alcun stimolo per nessuno. Io ebbi una reazione di totale devastazione e sconforto, mi cadde addosso il mondo e a fatica riuscii a trattenermi per non crollare. Ora, ho capito che invece di essergli di sostegno per il suo dolore, mi rinchiusi nel mio, mi ci vollero alcuni giorni per riflettere su questo punto e quando lo capii gli telefonai e lui non rispose; mi inviò un messaggio dicendo che non voleva sentire nessuno. A quel punto io gli risposi con un vocale chiedendogli come stava, scusandomi per la reazione e non aver capito il suo dolore e rassicurandolo sulla mia presenza, il mio sostegno e che ci sarei stato per lui sempre.
    Nel frattempo, dopo le esequie si è trasferito dalla sorella che sosteneva di essere molestata da persone che le suonavano il campanello di sera.
    Ora, Dottoressa le chiedo: come devo comportarmi in questa situazione? Come posso far sì che la mia presenza o assenza deturpi ancora di più un amore che sono certo, essere vero, puro, reale? Come e quando sarà possibile ritrovarci?
    Nel ringraziarla le porgo i più cordiali saluti.

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