La difficoltà di diventare adulti

Oggi quotidiani, riviste, mezzi mass-mediali presentano e raccontano una adolescenza prolungata o giovinezza. Infatti, fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso erano considerati adolescenti i ragazzi dai 15 fino ai 18 anni d’età, quando i ragazzi terminavano il percorso di studi superiori e facevano il loro ingresso nell’ambito universitario o nel mondo lavorativo erano considerati giovani uomini o giovani donne, ma non più etichettati come adolescenti.

Oggi l’adolescenza sembra non avere mai un termine. Si è adolescenti fin oltre i trent’anni, dato che nella società contemporanea sono ben pochi i ragazzi indipendenti e autonomi, sia economicamente sia psicologicamente, dalla famiglia d’origine prima dei trent’anni. Questo ritardo e rallentamento nel processo di crescita e di emancipazione è il prodotto e la sintesi di variabili sia sociali che psicologiche.

Negli anni Cinquanta/Sessanta l’indipendenza dalla famiglia d’origine era sentita dai ragazzi con una forte urgenza, tanto che gli psicologi americani avevano coniato il termine “sindrome del nido vuoto”, individuando il senso di solitudine, e di abbandono che sperimentavano i genitori nell’essere presto lasciati dai figli in cerca di una loro propria autonomia. Mentre a partire dagli anni Novanta si assiste ad una nuova tendenza, opposta ed in antitesi con quella passata, tanto che si potrebbe definirla “sindrome del nido pieno”. I ragazzi ora vivono a casa dei genitori ben oltre i trent’anni.

Le famiglie odierne riescono a offrire tutto ai figli, arrivando persino al superfluo, ma questo non li incentiva di certo a pensare e cercare una propria autonomia e indipendenza. Ho usato il termine “tutto” perché i genitori non solo concedono ai figli ciò che desiderano, ma anticipano i loro bisogni e desideri e quando i nuovi padri e le nuove madri hanno formulato anche i pensieri per i figli arrivano a decretare anche il momento della loro uscita dalla casa genitoriale.

Come conseguenza si hanno giovani che non desiderano più nulla, perché è stata tolta loro anche la spinta a costruire, volere e desiderare qualcosa che appartiene solo a loro e dove la volontà dei genitori non conta più.

Non basta uscire dalla casa genitoriale per essere indipendenti.

Spesso poi sono gli stessi genitori a scegliere, acquistare e arredare le case dei loro figli adolescenti. Come scrive Silvia Vegetti Finzi nel suo volume Il Romanzo Della Famiglia “la distanza geografica non risolve alcun problema se non si accompagna, da entrambe le parti, alla acquisizione di una autonomia interiore”.

Oggi i ragazzi sono stanchi, annoiati, incapaci di riconoscere le proprie capacità e competenze e quindi depressi e infelici e questo perché hanno perso la dimensione del desiderio, della passione, dell’entusiasmo, proprio ad un’età in cui la forza fisica, la carica energetica, la voglia di cambiare e rivoluzionare tutto e tutti si farebbe sentire per natura.

In una società caratterizzata dal dominio dei più vecchi, per nulla disposti a cedere il loro potere, desiderosi di poter abitare il più a lungo possibile la terra dell’efficienza, della prestazione ottimale e dell’eterna giovinezza; nessuno sprona i giovani a lavorare e a badare a se stessi.

Silvia Vegetti Finzi scrive: “Anzi, hanno bisogno di vederli stanchi, vecchi, rinunciatari perché la loro decadenza promette l’avvicendarsi delle generazioni”.

Non trovando proprie spinte motivazionali importanti, spinte volte alla realizzazione di qualcosa di unico e differente rispetto alle generazioni precedenti, i ragazzi permangono in una sorta di limbo vitale attendendo passivamente chissà quale chiamata miracolosa per essere finalmente figure adulte. Lasciare la famiglia d’origine per costruirsi una vita psicologicamente ed economicamente autonoma è una delle separazioni più difficili tra quelle inevitabili che la vita ci presenta e non c’è dubbio che la difficile situazione economica fornisca forse anche un alibi sia di distacco dei giovani dagli agi e dalla protettività degli adulti e sia alla voglia dei genitori di trattenere i figli presso di sé.

Di certo i giovani non mancano sempre e solo di mezzi economici e comunque non principalmente di questi, mancano invece di desideri, di bisogni per realizzarsi, di mete e obiettivi da raggiungere e di sfide da affrontare, sulle quali e con le quali misurare le proprie forze e capacità per poter costruire un’identità fatta di proprie competenze e di propri limiti reali.

 

Dott.ssa Chiara Corte Rappis

Psicopedagogista Clinica presso Spazio Eterotopico – Accoglienza e consulenza psicopedagogica

www.spazioeterotopico.it


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3 Commenti

  1. Conosco persone che vivono da sole da anni ma che non sanno gestirsi, e persone, come me, che vivono con i genitori ma che sono in grado di gestire ogni aspetto della propria vita e che sanno darsi da fare anche senza vivono a casa con i genitori.
    Dipende da come si è stati cresciuti e abituati.
    Quelli come me hanno semplicemente fatto una scelta.
    Tutto qui.
    Non c’è bisogno di fare analisi pdicologiche e/o sociologiche.
    Ma si sa, in Italia ogni cosa che non è annoverata nel gruppo delle cose ‘standard’ approvate dalla società ‘pecorume’, viene etichettata come anormale o strana.

    • Grazie milly per il commento. Generalizzare è sempre sbagliato, hai ragione. Questa è solo l’analisi di un fenomeno, dove ci sono tante storie e situazioni che nessuno dovrebbe giudicare. Continua a seguirci!

  2. E qual è la via per riuscire a vedere le proprie capacità, per trovare una forte motivazione, per riuscire a trovare la propria indipendenza, e sentirsi, così, sereni quando si è da soli con se stessi? Serve cercare continuamente quali sono i propri obbiettivi o un giorno si paleseranno?

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