Psicologia — 2 aprile 2013 10:37

Come allenare l’autostima

Quello che pensiamo di noi si riflette in quello che facciamo. Se pensiamo di essere simpatici, faremo battute. Se pensiamo di essere noiosi, staremo zitti. Se pensiamo di piacere a una persona, cercheremo di parlarle. Se pensiamo di non piacerle, la eviteremo.

In tutto ciò ha un ruolo fondamentale l’autostima, ovvero la valutazione che facciamo di noi. Essa deriva da due confronti: il paragone con quello che vorremmo essere (se sono quello che vorrei, mi piaccio altrimenti no) e il paragone con le persone alle quali ci piacerebbe somigliare (se sono simile a loro, avrò una buona stima di me).

Una scarsa opinione di sé porta a valutare come difficilmente superabili molte delle richieste provenienti dall’ambiente (e, quindi, a pensare che la richiesta “è troppo difficile”) o a considerare come non adeguati gli strumenti di cui si dispone per farvi fronte (e, quindi, a pensare “non sono capace”).

Il risultato è duplice: da un lato, è quello di non provare nemmeno ad affrontare un compito, dall’altro quello di affrontarlo già con la convinzione che non sarà possibile ottenere un successo, riducendo così drasticamente la probabilità di riuscire nell’attuazione di un efficace azione.

L’autostima ha la caratteristica fondamentale di essere una percezione prettamente soggettiva e, in quanto tale, non stabile nel tempo ma dinamica e mutevole. Per questo motivo è possibile intervenire sulle proprie convinzioni disfunzionali, imparando a credere nelle proprie risorse.

Un primo passo per rafforzare la propria immagine positiva è quello di considerare la stessa come la somma di più fattori. Ognuno di noi, infatti, è caratterizzabile da più e diverse dimensioni: i ruoli che ricopre nella società, gli affetti che ha saputo creare, la capacità di riconoscere ed esprimere i valori in cui crede, la realizzazione dei propri sogni sono alcuni dei fattori che definiscono il nostro sé e la valutazione che ne diamo. Imparare a differenziare gli elementi che concorrono all’idea che abbiamo di noi aiuta a dare un peso diverso ad ognuno di essi. Ciò aiuta a comprendere che se è vero che ci sono cose in cui non ci piacciamo, ce ne sono altre che legittimano la possibilità di credere in noi stessi.

Un secondo passo è quello di darsi degli obiettivi specifici da raggiungere, motivanti e realizzabili e delle scadenze entro le quali conseguirli. Il fatto di avere uno scopo ben delineato e realistico rende più concreto lo sforzo per realizzarlo. Gli obiettivi non devono mai essere troppo complessi; se lo fossero, occorre scomporli in più step. Per esempio, se voglio diventare una cuoca, inizierò con il dedicarmi ad un piatto in particolare, o ad un tipo di alimento specifico, o ai soli dolci e non dovrò avere l’obiettivo iniziale di imparare tutti i segreti della cucina, per tutti i tipi di alimenti, dagli antipasti alla frutta, perché questa sarebbe una meta utopistica.

Un’altra conseguenza positiva della suddivisione in passi è quella di abbassare il grado di ansia e di paura nell’affrontare un compito. Infatti, se una prova è spezzettata in più parti, la sua difficoltà è percepita come ridotta.

Un terzo passo è quello di accettare i propri limiti, senza provare a nasconderli. L’accettazione di ciò che non ci piace ha un effetto secondario molto importante. Essa infatti porta a realizzare che ciò che noi abbiamo sempre cercato di celare per paura del giudizio degli altri, in realtà è dagli altri ben poco considerato.

Infine, osservare che la percezione che abbiamo di noi è mutevole aiuta a relativizzarla, prendendo le distanze da essa quando – in certi giorni bui – ci sembra di essere assolutamente senza valore.

Gaia Vicenzi

psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale

gaiavicenzi@gaiavicenzi.com

www.gaiavicenzi.com

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