Coast to coast in bicicletta

Zaino in spalla, assicurazione sanitaria e via in sella: il viaggio di Andrea negli Stati Uniti

 

Il coast to coast è un viaggio che da sempre ha fatto sognare milioni di viaggiatori e che ha ispirato celebri film e canzoni. Ma l’idea di affrontarlo tutto incoast to coast in bici sella a una bicicletta appartiene a pochi impavidi e amanti dell’avventura. Abbiamo chiesto ad Andrea, un ragazzo toscano lettore di Wellness Oggi che lo ha fatto di recente, di raccontarci la sua avventura americana.

Come è nata l’idea di affrontare un viaggio on the road in America in sella alla tua bici?

Da sempre ammiro l’America e il suo popolo per la fierezza, la capacità che hanno di sognare in grande, di osare senza vergognarsi di farlo, anzi con l’orgoglio di poter dire almeno di averci provato. Dell’America non prenderei tutto perchè oltre alle sue glorie, come ogni paese, è pieno di difetti. Ma come persona che ha basato la sua vita sul concetto di merito e sul cardine della responsabilità individuale, adoro la sua forza prorompente e la sua “Yes I can attitude”. Mi sembrava giusto affrontare un’impresa del genere in questa terra.

Che tipo di bici hai scelto per il tuo viaggio e il tuo bagaglio come era?

Il coast to coast americano è stato un viaggio rivoluzionario sotto il punto di vista delle scelte tecniche. Molto lontana dalle pesanti bici touring con cui di solito si affrontano questi lunghi viaggi, la mia Eastern Arrow, la Peugeot CS01 Sport che mi ha accompagnato dal Pacifico all’Atlantico, è una bici stradale pura in carbonio ed alluminio, del peso di soli 7.9 kg. Sulla stessa linea della bici, anche il peso del bagaglio è stato limitato a soli 22 kg. Per la consistenza e la lunghezza del viaggio è stato tutto ridotto all’essenziale e questo, in termini di velocità e tempi di percorrenza, ha decisamente cambiato le carte in tavola.

E per i pernottamenti? Hai avuto difficoltà a trovarli?

Ho attraversato territori selvaggi e desolati, mi riferisco in particolare agli stati di Washington, Montana e North Dakota, dunque molto spesso ho dormito in tenda. In generale però, a patto di dover coprire talvolta distanze considerevoli, direi che delle sistemazioni per la notte si trovano sempre. Consiglio comunque di avere con sè una tenda e un sacco a pelo, da usare magari in casi di emergenza.

Descrivi con tre aggettivi il tuo Coast to Coast

Fotogenico, profondo, autentico.

Quale consiglio daresti a chi si appresta a vivere la tua stessa avventura?

Consiglio prima di tutto di allenarsi duramente almeno per i sei mesi precedenti: bisogna abituare il fisico ed i muscoli ad un viaggio del genere. Un’altra cosa fondamentale è sottoscrivere un’assicurazione sanitaria per l’USA. Gli infortuni sono sempre dietro l’angolo e bisogna tutelarsi.

Se dovessi fare una classifica: quale è stata per te la tappa più difficile e dura e quale la più bella?

Ho percorso in tutto 5359 km e 40 tappe, una più intensa dell’altra. È difficile per me fare una graduatoria, specialmente della più dura, anche perchè alcune sono state impegnative per motivi completamente diversi. Mi riferisco al caldo del deserto che ti toglie le energie e che ti stordisce, alle migliaia di cunette della Pennsylvania, che senza dare alcuna tregua bruciano i muscoli e minano l’entusiasmo. Se però dovessi dirne una direi la tappa 37, da Mercer a Clearfield, in Pennsylvania appunto. Una lotta autentica e senza esclusione di colpi. Invece la tappa più bella è stata senza dubbio l’ultima. E non perché appunto fosse l’ultima, ma perché arrivare davanti all’Atlantico e avere come premio lo Skyline di New York City, è una cosa che non può lasciare indifferente. Sono momenti che valgono una vita e la mia si basa su questo. Da sempre.

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