Mente e sport vanno d’accordo?

La concentrazione non sempre aiuta a raggiungere buone performance sportive

sport milanoRecenti studi hanno dimostrato che la concentrazione non sempre aiuta a raggiungere buone performance sportive.

E se la troppa concentrazione peggiorasse il risultato delle nostre performance sportive?

Sembrerebbe proprio così. Pensateci bene, quando riflettiamo troppo su quello che dobbiamo fare spesso ci ritroviamo con un risultato che non era affatto quello sperato, ma che anzi ci delude. Perché? In alcuni casi la mente impedisce al corpo di usare altre forme di intelligenza. In altre situazioni il corpo può potenziare le abilità mentali meglio di qualsiasi sforzo cognitivo o atto di volontà.

Corpo e mente sono sempre molto collegati tra loro: ad esempio, fare 3 minuti di attività fisica dopo aver studiato un argomento per 20 minuti aumenta mediamente del 60% la quantità di elementi ricordati. La cosa interessante è che i tre minuti possono essere sia di attività intensa (fare le flessioni) ma anche moderata (camminare a ritmo sostenuto o comprimere una pallina di gomma).

Per approfondire il fenomeno è stato condotto uno studio specifico. A un gruppo di 80 studenti universitari è stato chiesto di cambiare le proprie abitudini e creare dei cicli di 17 minuti di studio e 3 di attività fisica. Dopo due ore veniva fatta una pausa di mezz’ora.

Parallelamente gli studiosi monitoravano un altro gruppo, chiamato “gruppo di controllo”, composto sempre da 80 studenti universitari, che mantenevano le proprie abitudini di studio (da 3 a 4 ore di studio consecutive).

L’esperimento è durato in tutto tre mesi, al termine dei quali il gruppo sperimentale aveva migliorato la media dei voti scolastici, ridotto i tempi di studio e incrementato il senso di benessere (rilevato anche fisicamente con rilevamenti sul cortisolo salivare). Il gruppo di controllo aveva mantenuto tutte le caratteristiche nella media ma peggiorato (seppur mediamente nella norma) i livelli di cortisolo.

Vi faccio un altro esempio pratico: i giocatori di sport che devono prevedere dove andrà la palla (tennis, calcio, basket, baseball ecc.) riescono a farlo in modo molto più accurato se il loro corpo è in movimento. Quando invece gli si chiede di farlo da seduti, senza essere coinvolti, quindi in teoria con molte più risorse cognitive a disposizione, l’accuratezza delle predizioni diminuisce.

Questo si spiega perché anche se il movimento del corpo avviene intuitivamente, tuttavia ha una sua specifica funzione: rendere costante la velocità della palla nel proprio campo visivo. In altre parole è come se il corpo sapesse che in questo modo rende meno complesso il fenomeno da studiare e rende possibile una valutazione più accurata.

Potrebbe sembrare una capacità utile solo in ambito sportivo, ma provate a pensare che cosa succede quando siamo alla guida di una macchina o della bicicletta: facciamo continuamente previsioni sui movimenti degli altri mezzi, dei passanti, sullo spazio di frenata.

Osservare i movimenti di un’altra persona attiva alcuni neuroni motori anche nell’osservatore, proprio come se il movimento dovesse farlo lui (per questo sono stati chiamati neuroni specchio). Si tratta di un meccanismo evolutivo che favorisce l’apprendimento in modo significativo.

Ci sono tre implicazioni interessanti.

  1. I neuroni specchio tendono a farci riprodurre atti motori simili a quelli che osserviamo, per questo è importante – nel limite del possibile – osservare persone che svolgono il gesto nel modo più corretto possibile, prima che diventi un automatismo acquisito.
  2. Si attivano in modo più intenso se la persona osservata è stimata ed emotivamente connessa con l’osservatore. Insomma possiamo far vedere il gesto perfetto mille volte, ma se non c’è un buon rapporto l’effetto sarà minimo. Anche in questo caso ricordiamoci che i gesti sono in qualsiasi attività, non solo nello sport: dall’articolazione di un suono in logopedia o nel canto, al gesto della scrittura nella disgrafia fino agli aggiustamenti muscolari che governano la postura.
  3. La componente strettamente relazionale di questo fenomeno. Prevedere i movimenti altrui serve infatti anche a decifrarne l’intenzionalità. È facile capire questa correlazione se si torna alla sua origine nel mondo dei mammiferi: il fatto che l’altro si avvicini o si allontani, che il movimento della zampa o della testa possa terminare con un’aggressione o un atto di cura implica la differenza tra la vita e la morte.

Ci avete mai pensato? Provate a farci caso nei piccoli gesti quotidiani (studio, allenamento ecc.) e fatemi sapere cosa notate: pensa meglio il vostro corpo o il vostro cervello?”

Francesco Iudicelli, fisioterapista e personal trainer di Milano

 

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